Le TLC italiane “preda” dei grandi fondi di investimento stranieri: effetti e conseguenze

Il settore delle telecomunicazioni in Italia sta vivendo una fase di transizione, tra la promessa di grandi investimenti infrastrutturali, potenzialmente in grado di sostenere la digitalizzazione del Paese, a risultati finanziari tutt’altro che positivi e, in larga parte, in netta contro-tendenza con il resto del mercato globale.

In questo contesto, il settore italiano deve fare i conti con l’interesse crescente dei grandi fondi di investimento stranieri, già presenti in Italia con tante partecipazioni azionarie (anche in settori strategici), sempre più pronti a ritagliarsi uno spazio di rilevo nei mercati finanziari del nostro paese soprattutto nel settore delle telecomunicazioni.

Questa tendenza ha degli effetti significativi sull’economia reale del Paese. I servizi TLC ricoprono, infatti, un ruolo chiave nello sviluppo economico e, quindi, sono in grado di sostenere l’economia “reale” di una Nazione. L’Italia, tra l’attesa di investimenti e una strategia nazionale ancora non definita, deve fare i conti con una situazione particolarmente difficile.

I prossimi anni saranno fondamentali per poter valutare il futuro delle TLC italiane che, in modo sempre più rilevante, devono oggi fare i conti con un contesto economico complicato e con le opportunità della digitalizzazione che attirano, inevitabilmente, anche investitori esteri, pronti a sfruttare le opportunità di crescita che l’Italia offre.

La situazione attuale rispetto a 25 anni fa

Negli ultimi 25 anni, il comparto delle Telecomunicazioni è stato rivoluzionato.

L’avvento di Internet ha trasformato, definitivamente, la società e l’economia, creando da zero nuovi ambiti di impiego e nuove opportunità di lavoro. Per l’intero settore si è trattata di una rivoluzione che, inevitabilmente, ha cambiato gli assetti del mercato.

La trasformazione registrata dal settore delle telecomunicazioni è evidente: da un contesto in cui era sostanzialmente presente un solo operatore, grazie alla liberalizzazione (iniziata formalmente nel 1998), si è passati a un mercato ricco di alternative che, di anno in anno, si è arricchito di nuovi servizi.

L’avvento della banda larga ha portato alla diffusione della fibra ottica e delle connessioni wireless in “house” e la telefonia mobile è passata dall’offrire servizi base, come sole chiamate e messaggi, a garantire una connessione a Internet in mobilità in tutto il Paese con velocità crescenti grazie all’evoluzione delle tecnologie di accesso al canale radio che dal 3G, passando per il 4G/HSDPA+ ci ha portati al 5G che in pochi anni verrà poi soppiantato dal 6G.

Il mercato delle telecomunicazioni, grazie allo sviluppo delle tecnologie di connettività, è oggi composto da diversi operatori e aziende specializzate che operano come fornitori di servizi e gestori di infrastrutture, garantendo importanti livelli occupazionali e un sostegno significativo all’economia reale del Paese.

Privatizzazioni e globalizzazione

Il settore delle telecomunicazioni (non solo in Italia ma in tanti Paesi al mondo) ha dovuto fare i conti con due fenomeni ben precisi: le privatizzazioni e la globalizzazione. Si tratta di due tendenze del settore economico che, già dagli anni 90 del secolo scorso, hanno condizionato l’Italia.

La privatizzazione ha dato vita a un mercato dinamico, ricco di aziende che, grazie alla concorrenza, possono proporre servizi sempre più affidabili e tecnologicamente avanzati ai clienti finali, garantendo anche l’accesso a condizioni economiche particolarmente vantaggiose.

In Italia, questo aspetto è centrale ed è confermato dai prezzi ridotti dei servizi di telefonia, sia fissa che mobile. Si tratta, però, di un’arma a doppio taglio per l’intero settore: prezzi ridotti si traducono in margini più bassi e, quindi, in un minore incentivo a investire su infrastrutture e servizi.

Con la privatizzazione, inoltre, è arrivata anche la globalizzazione, incentivata da un mondo sempre più interconnesso, e non solo dal punto di vista economico, grazie, appunto, all’avvento di Internet. Tale fenomeno ha spinto nuovi investitori verso il mercato italiano ma ha anche portato alla delocalizzazione di alcuni servizi – oltre che di diverse attività produttive e competenze specialistiche – con una conseguente trasformazione del contesto economico nazionale.

Queste trasformazioni hanno coinvolto anche l’Italia in modo rilevante. Privatizzazione e globalizzazione, insieme alla crescente diffusione di Internet (anche in mobilità) hanno, infatti, determinato un cambio netto dell’intero comparto, a tutti i livelli, nel giro di pochi anni.

I fondi del PNRR e acquisizioni estere su asset italiani

Per sostenere la digitalizzazione in Italia sono stati messi a disposizione da parte dell’UE i fondi del PNRR. Si tratta di ingenti risorse messe in campo per sostenere un programma di trasformazione che, senza una misura di sostegno significativa, sarebbe stato troppo lento, portando il Paese in una posizione di svantaggio in settori sempre più strategici per il nostro futuro.

I fondi del PNRR si distribuiscono in vari settori per il sostegno alla digitalizzazione. Chiaramente, il settore delle telecomunicazioni è direttamente coinvolto dal progetto, grazie anche a iniziative come Piano Italia 5G e Piano Italia 1 Giga che puntano a sostenere l’innovazione in atto, rispettivamente, con la creazione dell’infrastruttura 5G e di una rete capillare per l’accesso a Internet ad alta velocità tramite la fibra ottica con la tecnologia FTTH (Fiber-To-The-Home).

Gli asset del settore TLC in Italia, potendo beneficiare direttamente dei fondi del PNRR, sono diventati delle “prede” sempre più interessanti per i fondi esteri, pronti a investire nel Paese per sfruttare le opportunità di crescita garantite dalla digitalizzazione delle infrastrutture nazionali e europee. 

Nel corso degli ultimi anni, è quindi accaduto che, gli asset italiani operanti nel comparto siano stati oggetto di acquisizioni da parte gruppi di investimento esteri che, in molti casi, ne hanno assunto il pieno controllo. Esempio eclatante è quello di Open Fiber, riferimento assoluto in Italia per la fibra ottica grazie alla sua infrastruttura FTTH. L’azienda, che opera nel settore wholesale, era inizialmente detenuta interamente da Enel mentre oggi vede un’importante partecipazione del Gruppo Macquarie, banca di investimenti australiana.

All’orizzonte c’è anche la cessione della rete fissa di TIM (sia in rame che in fibra) rappresentata come un asset chiave per lo sviluppo futuro del settore delle comunicazioni. L’operazione è da tempo sul tavolo con tante ipotesi diverse per la sua definizione ma, ad oggi, anche a causa di determinazioni da parte degli azionisti di maggioranza relativa francesi e americani, non si è ancora riusciti a trovare un accordo, lasciando TIM in una situazione di stallo. Attualmente, il fondo privato americano KKR è pronto a completare l’operazione che ha raccolto l’interesse anche dello stesso Gruppo Macquarie in passato ma una decisione definitiva non è stata ancora presa.

Ci si auspica che l’inserimento del Governo, attraverso il MEF, con una quota di partecipazione del 20% nell’azionariato della NetCo di TIM, sia risolutiva e possa tutelare gli interessi di una Azienda che solo 25 anni fa era uno degli operatori più importanti a livello globale. L’operazione, finalizzata ad assicurare l’esercizio dei poteri speciali e quindi la capacità di incidere in termini di strategia e di sicurezza su quella che è considerata un’infrastruttura strategica per il futuro paese è stato un passo dovuto a tutela dell’Azienda e dei suoi lavoratori.

Anche gli altri operatori di telefonia mobile dotati di infrastruttura proprietaria sono sempre più sotto il controllo di aziende e fondi stranieri, con partecipazioni più o meno rilevanti. Gli asset di rete mobile, soprattutto considerando la crescente diffusione del 5G, sono fondamentali per il futuro economico italiano e attirano gli interessi di tanti nuovi investitori. Un recentissimo esempio lo riscontriamo nel fondo svedese “EQT Infrastructure” che ha acquisito il 60% della NetCo di Wind3 nata dallo scorporo della rete di uno dei nostri principali operatori di telefonia che ora diventa di proprietà svedese e cinese, attraverso Hutchinson (che rimarrà con una quota del 40%), proprietario dell’operatore H3G prima del merge con Wind.

Il “caso” Iliad e suoi effetti sul mercato del radiomobile

Il settore della telefonia mobile in Italia ha registrato una vera e propria “rivoluzione”, a partire dal 2018, con l’avvento di Iliad. L’operatore, già attivo in Francia, si è inserito nel mercato italiano successivamente al merge tra Wind e H3G che hanno dato vita al Gruppo Wind3.

Dal punto di vista commerciale, Iliad è diventata un riferimento assoluto del mercato di telefonia mobile e, in appena 5 anni, ha superato quota 10 milioni di clienti attivi puntando su offerte a prezzi ridotti ed estremamente competitivi. Iliad ad oggi, inoltre, ha raggiunto una market share, se consideriamo anche gli operatori virtuali che si appoggiano alla sua rete, del 27,8% in base agli ultimi dati forniti da AGCOM.

La strategia di Iliad è stata sicuramente vincente per l’Azienda a proprietà francese controllata al 100% dalla società francese Iliad S.A., attraverso la Iliad Italia Holding S.p.A. È stata, però, sicuramente meno vantaggiosa per la nostra economia e per la riduzione della spesa media degli utenti sui contratti di telefonia radiomobile voce/dati. Come dicevano, infatti, la cosiddetta “rivoluzione” Iliad, di rivoluzionario ha portato solo un abbattimento significativo, generale e diffuso, dell’ARPU (Average Rate per User) che ha determinato un indispensabile adeguamento verso il basso delle tariffe dei contratti attivi sul mercato italiano da parte dei principali operatori di telefonia operanti nel settore delle comunicazioni wireless, quali TIM, Vodafone e Wind3.

La conseguente riduzione delle marginalità per gli operatori si è tradotta, inevitabilmente, in un minore incentivo agli investimenti e, di conseguenza, da un lato in un programma di aggiornamento delle infrastrutture più lento rispetto ad altri Paesi, dall’altro alla creazione di un disagio occupazionale a livello Paese sempre più evidente. Tutto ciò sta determinando, in questi anni, un processo di scorporo e frammentazione delle reti dei principali operatori italiani in favore di NewCo controllate da importanti fondi di investimento esteri i quali, in linea con politiche di incremento dei profitti che certamente applicheranno, adotteranno soluzioni finalizzate alla riduzione dei costi per valorizzare il loro investimenti nel nostro paese.

Soluzioni che andranno dall’attivazione di procedure di solidarietà, a mobilità, a pre-pensionamenti sino alla cessazione dei rapporti di lavoro di migliaia di persone. Ma come è stato possibile per Iliad poter essere così competitiva sul mercato italiano, appoggiandosi, tra le altre cose, alle infrastrutture degli altri operatori attraverso accordi di roaming che, comunque, costituiscono costi ulteriori di gestione per l’Azienda?

L’elevato numero di nuovi utenti acquisiti, la crescita costante di fatturato nel nostro paese e i continui investimenti sulla crescita, sono stati sostanzialmente possibili, probabilmente, grazie alla copertura finanziaria della sua controllante francese, la Iliad S.A., detentrice del 100% delle quote della Iliad Italia Holding S.p.A. che a sua volta controlla, sempre al 100%, la Iliad Italia S.p.A.

Tale copertura e garanzia ha consentito in questi anni di sostenere le ingenti perdite (ca. 770 milioni di euro) nel triennio 2020-2022 che Iliad Italia S.p.A. ha subito consentendogli, allo stesso tempo, di continuare a mantenere basse le tariffe e acquisire un numero sempre maggiore di clienti nel nostro paese.

Osserviamo, inoltre, come sopra indicato, che l’operatore francese, con soli 750 dipendenti (circa), controlla il 27,8% del market share italiano. Bassissimo numero di dipendenti se questi vengono raffrontati a quelli di TELECOM ITALIA/TIM (ca. 38.500), Vodafone (ca. 5.700) e W3 (ca. 6.200). Iliad Italia, controlla, quindi, più di un quarto del mercato con circa il 13% dei dipendenti di Vodafone e Wind3. Non analizziamo il raffronto con Telecom Italia in quanto sono differenti i contesti aziendali di comparazione.

Tutto ciò ci fa ben comprendere come l’ingresso nel mercato italiano di Iliad abbia creato dei danni enormi agli altri operatori già presenti da anni sul territorio e che hanno investito nell’economia del nostro paese in modo rilevante negli ultimi decenni. Basti pensare alle perdite che hanno dovuto subire, soprattutto dopo l’ingresso nel mercato italiano di un operatore non necessario.

Quanto è accaduto in questi ultimi 6 anni nel nostro paese si sarebbe potuto evitare se ci fosse stato un maggiore e più attento controllo nell’immettere nel mercato un quarto operatore, soprattutto finanziato attraverso fondi esteri, in un contesto, come quello italiano dove 4 operatori erano già eccessivi e non necessari. Motivo per cui, al tempo, si è andati verso il merge tra WIND e H3G.

Ben vengano la concorrenza, la globalizzazione e i fondi di investimento esteri ma, in primis, andrebbero verificate le condizioni al contorno e dovrebbero, soprattutto, tutelare gli interessi del nostro sistema paese.

Tutto ciò non è, invece, avvenuto e le conseguenze della carente gestione di questi importanti elementi che influenzano l’economia e il benessere dei cittadini e delle imprese si stanno drammaticamente manifestando in modo sempre più concreto in questi ultimi anni dove si richiedono investimenti ingenti per la digitalizzazione.

Il “caso” Boldyn Networks sulla città di Roma

Le telecomunicazioni sono oramai un mercato globalizzato: le aziende di tutto il mondo guardano con crescente interesse alle opportunità di business in Italia. Un esempio evidente di questa tendenza viene rappresentato dal “caso” Boldyn Networks. L’azienda controllata dalla canadese BAI Communications Europe Limited al 69,99%, infatti, sembra si sia aggiudicata il progetto per la realizzazione dell’infrastruttura 5G lungo le linee della metropolitana di Roma e si propone di dare copertura con microcelle 5G su tutto il comune della capitale.

Si tratta di un progetto strategicamente di grande importanza assegnato, però, ad una azienda appena costituita nel nostro Paese con soli 10 dipendenti (di cui il 49% dirigenti) e finanziata dal fondo pensioni canadese ma, soprattutto, con nessuna esperienza o storicità di progetti similari nel nostro Paese. La decisione del Comune di Roma, assegnando il progetto a seguito di una gara “con diritto di prelazione” ha, di fatto, tagliato fuori il settore delle TLC italiano, suscitando accese polemiche e reclami da parte dei principali operatori nazionali e di realtà più che titolate a realizzare il processo di digitalizzazione sulla città di Roma.

Sono al momento in sede di valutazione i ricorsi al TAR e la richiesta di intervento dell’Antitrust in relazione a questa assegnazione “a sorpresa” fatta dall’Amministrazione Comunale della Capitale, apparentemente non comprensibile. Ci dobbiamo, quindi, domandare come è stato possibile non garantire agli operatori e alle aziende che operano in Italia da anni, che ben conoscono la realtà di Roma, l’acquisizione di questo importante progetto, non solo strategico, parliamo di Roma, ma, soprattutto, sensibile oltre che di grande interesse per l’acquisizione dei fondi del PNRR in considerazione della drammatica situazione nella quale versano attualmente le loro casse.

Quanto è accaduto, e sta accadendo, sopra ne abbiamo riportato solo alcuni esempi, è esemplificativo di come il mercato delle telecomunicazioni e globalizzato è ricco di opportunità per le aziende di tutto il mondo confermando, altresì, il forte interesse da parte di grossi gruppi di investimento ad “accaparrarsi” i fondi pubblici messi a disposizione dal PNRR; va benissimo ma, senza controllo e tutele verso le realtà imprenditoriali locali, diventa un problema per l’economia e la sostenibilità del comparto delle TLC del nostro Paese.

Occupazione ed economia reale del paese, impatto e conseguenze

Il settore delle telecomunicazioni in Italia riveste un ruolo determinate per il sostegno all’economia reale. Un’indagine del 2022 di The European House – Ambrosetti, ad esempio, ha evidenziato l’impatto delle TCL per l’economia italiana. L’intero comparto, infatti, genera circa il 2,3% del PIL nazionale con oltre 210 mila occupati, considerando l’enorme indotto collegato.

Secondo le stime dei sindacati Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil dei mesi scorsi, l’intero settore sarebbe a rischio tanto che, nel prossimo futuro, potrebbe registrarsi una perdita di circa 20.000 posti di lavoro. Si tratta di un numero enorme che, inevitabilmente, avrebbe conseguenze rilevanti su tutto il tessuto economico nazionale. Il tutto in linea con quanto abbiamo riportato nei paragrafi precedenti come conseguenza di una non adeguata gestione dei principi di concorrenza e globalizzazione oltre che di un controllo, del tutto assente, alle operazioni di investimento estere che si stanno verificando nel nostro paese.

Appare quindi chiaro come l’economia reale in Italia è strettamente collegata allo stato di salute del settore delle telecomunicazioni. Il comparto, infatti, è in grado di generare importanti flussi di denaro, contribuendo alla crescita economica mondiale. Ecco perché è importante che i fondi europei destinati alla digitalizzazione del nostro paese vengano utilizzati per sostenere le realtà imprenditoriali italiane che operano nel mercato di riferimento e che hanno necessità di fare cassa per creare e sostenere le loro strutture ormai stressate e di difficile sostenibilità. Una crisi del settore e una perdita di posti di lavoro così elevata avrebbe un impatto enorme sull’economia e tutto ciò andrebbe evitato attraverso opportuni organismi di controllo gestiti direttamente dal nostro governo.

A questo proposito, secondo una recente analisi di Area studi di Mediobanca, il settore delle telecomunicazioni a livello globale è in crescita mentre in Europa si registra una situazione stazionaria. I dati, si osservi però, cambiano completamente in Italia: nel corso degli ultimi 10 anni, infatti, il settore italiano ha perso circa 14 miliardi di euro per quanto riguarda il giro d’affari. Il dato rappresenta un importante campanello d’allarme per il futuro e bisognerebbe riflettere sulle politiche sinora adottate nella gestione del comparto delle TLC nel nostro paese, asset strategico che va tutelato e protetto.

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